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Proposte di teatro
Recensioni di testi e autori italiani e stranieri. Chiunque voglia dare il suo qualitativo contributo per far conoscere più approfonditamente lavori o scrittori, può contattarci, che poi ci mettiamo d'accordo sul cachet...
Un attore spiega al pubblico che interpreterà con tre barbe (nera, grigia e bianca) il personaggio di Guglielmo Speranza durante tutto l'arco della sua vita. Egli, tra una scena e l'altra, dialogherà con il pubblico rivelandogli i propri pensieri, le proprie riflessioni.
Guglielmo si è laureato e chiede la mano di Gigliola Fortezza. Il padre della ragazza gliela concede dopo interrogatori molto indelicati e prove varie. Passato un decennio, Guglielmo indossa la barba grigia, quella della maturità, e confessa al pubblico le mortificazioni subite, ma anche che è innamorato di una ragazza molto più giovane di lui che si chiama Bonaria.
Un suo vecchio compagno, ipocrita e meschino, Furio La Spina, gli dice che la moglie Gigliola è a conoscenza della sua relazione. In un incontro tra Gigliola e Bonaria, quest'ultima afferma di volersi sacrificare allontanandosi da Guglielmo e da Napoli per non sentirsi giudicata da persone meschine e per non pesare su Guglielmo, che lei ama teneramente.
Gugliemo, indossata la barba bianca, per tante ragioni e soprattutto perché non gli è stato consentito di vendere delle sue proprietà, passa il tempo a leggere, senza mai parlare e con strani comportamenti. Nel giorno della sua morte, vestito di tutto punto, anche se aveva inutilmente chiesto di essere sepolto nudo come era venuto al mondo, segue sorridendo il suo funerale, dopo l'elogio funebre di Furio La Spina.
All'inizio della commedia, dopo la fine degli studi (satira sulla cultura universitaria e sui grandi maestri della medicina, Dottor Nero, Rosso e Bianco), Guglielmo viene sottoposto dalla famiglia della fidanzata a una serie di domande le più intime e private, a cui è costretto a dare una risposta, subendo, inerme, un'angosciante violenza. Nel corso della commedia vengono affrontati importanti problemi come il divorzio (siamo nel 1973), la libera convivenza, la collocazione del battesimo dopo il raggiungimento dell'età della ragione, il matrimonio civile e religioso e tutte le imposizioni sociali che non rispettano né la propria libertà né i diritti altrui.
La struttura di questa commedia si distacca da tutto il precedente teatro eduardiano, avvicinandosi alle più moderne estetiche e tecniche drammaturgiche, quelle per cui l'attore può parlare direttamente col pubblico, estraniandosi dal personaggio che interpreta. Questa tecnica ci ricorda il teatro classico, Brecht e anche la rivista (scenette distaccate-musica-canzoni).
Guglielmo-Eduardo finisce come tutti i personaggi troppo buoni e giusti, nella malattia e nella morte. A Guglielmo non viene concesso nemmeno di essere sepolto nudo, come avrebbe voluto, simbolo di verità e autenticità, senza i vestiti dell'ipocrisia. Ma i funerali di Guglielmo non sono cosa triste, vi partecipa lui stesso finalmente sorridente.
Questa commedia sembra essere il testamento teatrale e artistico di Eduardo, in cui riassume le sue idee antiche e inserisce le nuove, accostandosi, a suo modo, al teatro antitradizionale. Critica le ingiustizie, le storture della vita, la mala-società costituita dagli oppressori, invidiosi, ipocriti, pettegoli, gelosi e tutti i falsi valori che vengono imposti e che regolano detta società.
E' la lotta di Guglielmo Speranza contro un mare di problemi, contro tutti i condizionamenti e i falsi valori. Guglielmo è un eroe a metà strada tra l'Ulisse-eroe di Omero e l'Ulisse-antieroe di Joyce: è in parte un vinto dalla società e dalla famiglia e, in parte, a modo suo, un vincitore (che è poi il destino della maggior parte degli uomini).
Ma protagonista della commedia non è solo Guglielmo Speranza con tutta la sua cultura, ma anche e sopratutto una persona che non sa neanche leggere e scrivere correttamente: Bonaria, la donna che ha dato al nostro eroe-antieroe l'unica parentesi di felicità della sua vita; la donna che riesce a prendere delle decisioni anche quando queste le fanno male; una creatura buona, dolce, determinata e comprensiva; una donna non colta di nozioni, ma colta di sensibilità e di intelligenza e forse, a modo suo, più vincitrice del protagonista maschile.
Eduardo-Guglielmo Speranza non riesce ad abbandonare la famiglia per la donna che ama e dalla quale si sente riamato, ma elabora una tecnica (il mutismo del giusto) che riesce a gratificarlo, a vendicarlo contro tutti quelli che gli hanno fatto e continuano a fargli del male, a far capire a tutti che non è solo un vinto, ma anche un combattente e sicuramente un vincitore, anche se sui generis: egli non dialoga più col prossimo, non comunica più con la parola perché si convince che la parola è vana quando gli altri non capiscono o non vogliono capire (ricordiamoci di zio Nicola de "Le Voci di dentro", di Alberto Stigliano di "Mia famiglia" e di Luca Cupiello che è costretto al mutismo dalla malattia).
Io credo che anche oggi, a distanza di oltre 30 anni, la deconnotazione semantica di questo lavoro non sia cosa facile, ma certamente affascinante. Ciò che sicuramente è vero è che Eduardo ci avverte che non è possibile privarsi della propria personalità e autenticità, delle proprie convinzioni e decisioni, altrimenti si finisce col diventare schiavi della società e dei suoi sistemi di repressione.
Questo testo non è solo una denuncia amara, ironica e satirica della società in cui viviamo, ma è anche un invito ad operare per i valori veri, autentici, genuini. Questo lavoro si ribella non tanto agli esami che si sostengono fino alla morte, ma all'ingiustizia di voler fare esami agli altri senza specifica richiesta. Eduardo, in un'intervista, afferma: "rifare sempre gli esami agli altri è un vizio dell'uomo"; e ancora: "l'elogio funebre è una cosa terribile, io mi auguro che chi veda questa commedia non possa più pronunciare due parole di circostanza ad un funerale".
Vorrei concludere citando la motivazione del premio "Feltrinelli 1972" che giustamente riconosce che i testi di Eduardo vivranno al di là della stupenda interpretazione data dal loro autore, perché se così non fosse non si potrebbe spiegare il successo che essi hanno riscosso e riscuotono fuori della loro terra d'origine, tradotti e recitati in circa 100 lingue.
Se ciò valeva nel 1972 vale maggiormente oggi.
Tre personaggi, Molly, suo marito Frank e l'oftalmologo Rice, raccontano in una sorta di staffetta il "caso" Molly Sweeney.
Si tratta di una donna di quarant’anni, felicemente sposata, lavora come fisioterapista ed ha molti amici e molti interessi, ma è cieca, ha perso la vista quando aveva dieci mesi.
Suo marito, un uomo dai facili entusiasmi e dalle altrettanto facili disillusioni, sempre pronto a buttarsi in imprese bizzarre ed impossibili, si mette in testa che lei veda di nuovo. La fa visitare da un medico un tempo famoso che, per una delusione amorosa, ha deviato verso la bottiglia; Rice opera Molly soprattutto per dare una scossa ed una nuova occasione alla sua vita allo sbando ed ottiene un successo parziale.
Molly deve imparare a vedere, a collegare le nuove informazioni con quelle che otteneva dagli altri sensi, un processo lento e difficile che fallisce. Molly si chiude in se stessa, perde il lavoro, gli amici, la voglia di vivere e si riduce in uno stato semi-vegetativo in un letto di ospedale.
Il fallimento coinvolge tutti i personaggi e non rimane che rifugiarsi nei propri mondi, la barriera tra illusione, realtà, sogno si riduce e nulla è più come prima.
Molly Sweeney è un testo difficile, apparentemente incentrato sul problema della percezione, in realtà si gioca tutto nei rapporti fra i tre personaggi, fra soprattutto fra i loro mondi interiori che non riescono a comunicare.
Molly ama Frank ed anche se non è convinta di quello che lui vuole imporle di fare decide di acconsentire solo per non far pesare sul marito un altro fallimento; Frank è un povero fallito che cerca con disperazione una causa per cui battersi, mentre Rice è roso dall’invidia e dal risentimento verso i suoi colleghi che hanno avuto successo e verso il se stesso che si è rinchiuso in una piccola città della provincia irlandese.
Interessante soprattutto il finale che rifugge dal lieto fine hollywoodiano: il terribile fallimento cui vanno incontro Molly, Frank e Rice non è una catastrofe solo per la capacità dell’essere umano di sognare e ricordare. Speranza, consolazione, una nuova opportunità? Non lo sapremo forse mai.