Michelangelo

La nascita dell’opera potrebbe, forse, essere considerato il solo evento letterario del diciassettesimo secolo di cui l’Italia possa vantarsi. Con il declino della letteratura, cessò anche il trionfo delle varie arti di disegno. Michelangelo fu il contemporaneo di Ariosto, i suoi pupilli e successori fiorirono ai tempi di Tasso, ma da allora i lampi di vero genio non animarono più le tele o le pagine dei poeti. Lo stupefacente progresso della scienza musicale succedette a quello delle “arti sorelle”, dal momento che le energie intellettuali dell’uomo cercarono di svilupparsi nella sola carriera lasciata loro aperta. Coloro che sentivano dentro di sé l’impulso della capacità creativa, ricorsero, come ultima risorsa, all’armonia, in cui potevano dare piena e incontrollata espressione al proprio genio, senza incontrare l’ira dell’Inquisizione. Neanche gli italiani furono meno suscettibili al fascino della musica rispetto alla poesia e alla pittura. Un buon gusto naturale li ha portati ad apprezzare, con poco sforzo o riflessione, tutto ciò che fosse puro e bello. Il crescente progresso e l’importanza della musica, ai tempi in cui la poesia era in declino, vide l’espressione musicale diventare superiore rispetto a quella poetica, diventata un mero accessorio e ornamento, asservita alle inezie e a tutti i cambiamenti delle mode di quei tempi, mentre la musica si avvicinava sempre più alla perfezione, proporzionale all’importanza acquisita e all’influenza esercitata sulle altre arti.

Ad imitazione dei greci, il coro fu introdotto nella tragedia italiana e cantato senza variazioni. I drammi pastorali furono ugualmente intervallati da canti e accompagnati con strumenti. Tuttavia, in queste tipologie di composizioni,  la musica era soltanto accessoria, pensata per perfezionare l’intrattenimento, ma di cui non ne costituiva l’essenza. La prima occasione in cui questo ordine fu rovesciato fu nell’anno 1594, quando Ottavio Rinuccini, un poeta fiorentino, con un po’ di originalità ma con un fine orecchio musicale, unì i suoi sforzi con quelli di tre musicisti (Peri, Corsi e Caccini). Insieme,  produssero un dramma mitologico, in cui desideravano mettere in evidenza le proprie produzioni in una veste ancor più splendente. Rinuccini sembrò badare meno alla sua reputazione di poeta pur di avvantaggiare l’arte dei suoi collaboratori. Non trascurò nulla che potesse aumentare l’attrazione con decorazioni e strumenti, oltre che la sorpresa per catturare i sensi degli ascoltatori. Gli uomini di lettere, almeno, preservarono la memoria della declamazione musicale dei greci, ma uno tra Peri o Caccini pensò di aver scoperto che ciò consisteva nell’aspetto recitativo, che era così mescolato con la poesia che non vi era più nulla di semplicemente parlato nell’opera. Così, la poesia scritta soltanto per poter essere cantata, molto presto assunse un aspetto differente, mentre lo sviluppo delle scene, già molto estese, non fu più possibile. L’obbiettivo del poeta era quello di “fare effetto”.  A tal fine sacrificò la conformazione di un testo, anticipando o ritardando il corso degli eventi al fine di adattare al meglio i testi all’esibizione musicale, piuttosto che alla naturale espressione delle passioni.